Circa 70 anni fa, riferendosi al totale sfacelo umano e sociale in cui si trovò l’Italia alla fine della seconda guerra mondiale, Cesare Zavattini fece una dichiarazione ben precisa in merito al potere che la settima arte avrebbe potuto avere: ‘Il cinema non ci ha aiutati’.

Perché in fondo era ormai chiaro che i film non fossero pensati solo come strumento di intrattenimento, ma vi si riconosceva in alcuni di essi il potere di formare, informare, soprattutto di scuotere le coscienze.

Ecco perché è difficile, se non quasi impossibile accostarsi ‘criticamente’ e analiticamente a un film come ‘Io sono Mateusz’.

C’è un cinema che in più di 100anni ormai ha raccontato l’orrore, la violenza, i crimini contro l’umanità e ha provato a metterci davanti a un bivio, quello del male e del bene. Limite spesso labile e ambiguo.

In tempi in cui scegliere di rappresentare su grande schermo storie di disabilità, pensiamo a ‘La teoria del tutto’, significa nella maggior parte dei casi portarsi a casa un Oscar per la migliore interpretazione maschile, ‘Io sono Mateusz’ fugge dai lustrini e dai compiacimenti di Hollywood per diventare semplice vita vera che scorre sullo schermo e ci inonda di tragiche domande dandoci risposte che ci sorprendono. Perché non sono quelle che ci aspetteremmo.

Questo giovane uomo nato con una paralisi cerebrale e ritenuto incapace di intendere e volere, ma soprattutto di pensare e capire per più di 25 anni a causa invece della totale incapacità altrui, della grettezza e dell’ignoranza di coloro che gli stavano intorno, compare con il suo sorriso nei titoli di coda, insieme all’attore che lo interpreta ed è qui che il cuore si ferma e chiede ristoro.

Il regista polacco Maciej Pieprzyca mette in scena un’opera maestosa perché scardina completamente i clichè della malattia e della sofferenza per compiere un vero e proprio miracolo, raccontare quella che in fondo è una vittoria, seppur nella malattia, una conquista.

Concetto poco politicamente corretto, evidentemente.

L’altro miracolo lo compie David Ogrodnik, incredibile attore polacco che interpreta, o meglio diventa letteralmente Mateusz, si cala perfettamente nel corpo e nella mente di Przemek, che è il motore di tutta la storia, colui a cui è ispirato e dedicato il film.

‘Film’ nel senso di pellicola impressionata, eppure in questo caso non sarebbe neanche corretto considerarlo un documentario perché non c’è il punto di vista esterno, non c’è l’occhio di un regista colmo di pietà che scrive con la macchina da presa inquadrature piene di dolore e umana compassione. C’è molto di più.

La storia, la vita che scorre nonostante il male è tutta negli occhi di Mateusz, scorre dolorosa, eppur vivida e forte nella mente pensante e purtroppo repressa, ritenuta inesistente di un giovane uomo che vuole solo affermare il suo sacrosanto diritto di esistere.

E le immagini accompagnano con infinito rispetto e delicatezza l’esistenza di Mateusz dall’infanzia all’età adulta, l’espressione dei suoi pensieri, passando al setaccio quotidianità e sogni, speranze e coscienza dei propri limiti, l’amore incommensurabile di una madre che però poi diviene limite e forse cecità, l’amore per le ragazze che incontrava sul suo percorso, in particolare la relazione speciale che intesse con una volontaria dell’istituto in cui viene condotto, l’affetto di un padre complice e sempre allegro che prima di morire troppo giovane gli insegna a guardare le stelle.

E sono le stelle che cercherà e cerca tuttora, quando un’esperta terapista in visita alla clinica si accorge quasi per caso di lui e fa di tutto per aiutarlo ad affrancarsi dalle condizioni a dir poco barbine in cui trascinava le sue giornate ‘da vegetale’.

Sarebbe bello immaginare che quel telescopio tanto desiderato e finalmente sistemato in quella stanza non sia solo un regalo per Mateusz, ma per tutti noi.

Per guardare le stelle nel cielo, sì, ma soprattutto per riuscire a riconoscere quelle che sono tra di noi, quelle che colpevolmente costringiamo a non brillare. Probabilmente non essendone in grado neanche noi.

Pieni di gratitudine per chiunque abbia voluto raccontare questa storia, e con la certezza che se oggi Zavattini vedesse questo film potrebbe finalmente affermare che il cinema ci ha aiutati.

Elena Catozzi