Se è vero che tra gli scopi ultimi del cinema c’è quello di vedere riflessa su uno schermo una o più parti di noi stessi, chiunque riesca a sedersi su una poltrona per godersi la storia di Scanio Libertetti, giovane ingegnere che vive ‘di riparazioni’, si sentirà in ottima compagnia e probabilmente per 90minuti, meno solo.
Con una bella barba e occhi sinceri, questo piccolo grande uomo passa le giornate a riparare in nero macchine professionali da caffè, vessato dal capo, dalla padrona dell’appartamento disastrato in cui vive e dagli amici che lo vorrebbero più attivo con le donne. Si aiuta in parte facendo quotidiana visita allo zio panettiere, dal cui forno porta sempre via un bel po’ di focaccia genovese per addolcire la giornata. Fino a che non arriva Elena, bella,inglese e intraprendente, che di motivi per riempire la giornata gliene darà più d’uno.
Solo 90minuti ma Paolo Mitton ci ha messo parecchio tempo e fatica per tirar fuori la sua opera prima, che ben si presta, per sua allure e costituzione, ad essere etichettata con gli attributi a cui si attinge per recensire convenzionalmente il cosiddetto cinema ‘indie’: slow, minimalista, intimista, ecc., e i protagonisti vengono puntualmente bollati con le etichette attacca e stacca del ‘sognatore disadattato’, ‘eroe romantico’, ‘demodé’, e soprattutto, in questo caso specifico, ‘ingegnere mancato’ o ‘fallito’ che è peggio.
Ebbene nulla di tutto questo, perché The repairman è proprio l’opposto, cioè la storia di qualcuno (che poi è tutta la nostra generazione) che riesce a dimostrare quanto invece poco ci sia da riparare e quanto amabile, naturale e probabilmente legittimo sia vivere semplicemente secondo la propria natura.
Un successo peculiare e insolito che probabilmente finora nessuno ha mai avuto il coraggio di mettere in scena. Perché raccontare un disagio è sempre più facile che dimostrare quanto invece un personaggio possa stare a questo mondo secondo le sue regole, le sue attitudini, le sue beatitudini.
E alla fine Scanio Libertetti non si nasconde mai dietro la macchina da presa, che, seppur molto discreta, asseconda una sorta di torpore che non è affatto lento o noioso, bensì quello della vita vera di chi non sgomita, non scalpita, ma cerca di scansare con garbo e pazienza le frecce che gli arrivano da amici frivoli e invadenti, datori di lavoro manigoldi, anziane e meschine proprietarie di casa , fidanzate forse non troppo innamorate.
Insomma tutte cose che più che relegare Scanio nel mondo dei disadattati romanticamente stralunati, ce lo rende così vicino, così autentico, tanto che la sua lezione di vita ci è quasi difficile da accettare.
Alla fine delle sue ‘disavventure’, più comuni e reali di quelle che crediamo, questo giovane barbuto dagli occhi verdi ne esce vincitore, non con la gloria, né con medaglie, ma con la meravigliosa bellezza del suo essere così com’è. E Daniele Savoca meriterebbe cento di questi premi per la tenerezza della sua interpretazione che non è mai debolezza, semmai generosa sensibilità.
E quella che sembrerebbe una ‘favola’, raccontata e filtrata dalle parole del protagonista, la cui voce quasi sussurrata accompagna la visione dall’inizio alla fine, diventa uno spaccato iperrealista, in cui temi come disoccupazione, ecologia, economia della riparazione, amore e amicizia, convivono sotto il comune denominatore di una normalità che non fa più paura perché riguarda il modo di vivere scelto da ognuno di noi.
Più che definirli minimalisti, i tempi di regia e montaggio seguono semplicemente quelli fisiologici di Scanio, che lento non lo è affatto, anzi le sue soluzioni pratiche per un vivere migliore sono quasi troppo acute e sopraffine per le tante figure che gli ruotano attorno.
Fortemente ancorato al suo territorio, Paolo Mitton riesce a fare un film ‘di riparazione’, che aggiusta i nostri ingranaggi malati e guastati da tanta negatività, per riportarli sulle frequenze giuste, sicuramente più umane.
‘Chi lo dice che deve andare per forza tutto bene?’ si chiede ‘the repairman’ sul finale del film, lasciando intendere che anche se le cose sembrano non andare per il verso giusto, da aggiustare non c’è proprio niente.
Certo non è così facile vederlo perché la distribuzione non ha molto agevolato il percorso di Scanio.
Forse perché è’ un film ‘indipendente’, è il cosiddetto cinema ‘indie’, ovvero: seppure fosse un capolavoro non sarebbe comunque titolato a figurare sui cartelloni dei multiplex.
Sì ma indipendente poi da cosa? Dai budget milionari e dai dettami del blockbuster?
Ad ogni buon conto, la storia sincera e intellettualmente onesta -forse fin troppo- di un giovane uomo della provincia piemontese, appare semplicemente il soggetto di un bel film libero.
Questa è l’unica ‘etichetta’ che ci sentiamo di dargli.
Nei titoli di coda ci sono i nomi dalla prima all’ultima comparsa, perché questo film è stato fatto con il cuore di tutti. E si sente.

Elena Catozzi

http://www.therepairman.it/proiezioni/

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