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CANOVACCIO DI RIFLESSIONE

Gli ultimi mesi hanno visto succedersi eventi che apparentemente sembrano tra loro non correlati e non correlabili (il caso Bifolco a Napoli, l’avvio di iniziative processuali su grande scala contro i movimenti sociali, la detenzione di alcuni esponenti dello stesso movimento a Roma, Torino, Bologna ecc.).
La nostra tesi è che in realtà si tratta di eventi riconducibili a un’unica matrice politico-governamentale: la riscoperta delle “classi pericolose” e la sostituzione della mediazione sociale delle istituzioni rappresentative, con l’utilizzo degli apparati giuridico-legali per il controllo.

La penalizzazione della marginalità e l’ordine pubblico come fine
La nostra tesi è che il nuovo ordine neo-liberista abbia prodotto la progressiva consunzione di quello spazio che nella stratificazione sociale aveva preso il nome di ceto medio. Il lavoro dipendente a reddito fisso come strumento in grado di tenere gli individui lontani dalla linea di povertà è in via di superamento, e oggi si assiste a una vera e propria produzione istituzionale di marginalità sociale, attraverso l’introduzione di forme di precarietà strutturale tali per cui la sola alternativa è quella tra il lavoro intermittente e povero o l’impiego nei ranghi dell’economia criminale.
Del resto, lo stesso palesarsi fisico dell’aggregazione sociale, anche quando sia priva di connotati politici o indicatore di disagio sociale, viene oggi trattata con sospetto e per lo più repressa. Lo stanziare in luoghi pubblici, ad esempio, specie se connesso al consumo di alcol o di sostanze, (anche quando questo sia semplice esito non desiderato del mercato del tempo libero), viene etichettato come «degrado» e regolamentato con strumenti amministrativi che possono sopravanzare e derogare anche a diritti costituzionali.
Come antitesi del «degrado» viene innalzata la categoria di ordine pubblico, che assurge quindi a categoria politica vera e propria. Nello stesso tempo, l’ordine pubblico continua ad essere impiegato come dispositivo governamentale volto al contenimento/silenziamento/repressione del disagio e del dissenso sociale.
In questo quadro, la politica classica, intesa come complesso di azioni sviluppate dai partiti politici per affermare e realizzare principi ideali rappresentativi, si espone oggi al rischio dell’azzeramento. I partiti politici, che hanno costituito per alcuni decenni di democrazia repubblicana il corpo intermedio entro cui rappresentare i diversi e contrapposti interessi sociali, si sono trasformati nel tempo in meri comitati elettorali, privi di alcuna capacità di rappresentanza. Di contro, quando le istanze sociali vanno ad incarnarsi in movimenti sociali e a scontrarsi con assetti sociali consolidati e cristallizzati in norme o interpretazioni normative, scatta allora l’applicazione di dispositivi di mantenimento dell’ordine pubblico come limite invalicabile.

Gli apparati dell’ordine pubblico
In virtù della situazione enunciata nella tesi precedente, gli apparati di polizia e sicurezza e di ordine pubblico in senso lato (come salvaguardia dello Stato e dello status quo) appaiono ormai pertanto come un ibrido: soggetto politico e apparato di polizia al tempo stesso. Essi hanno di fatto sostituito la politica sul versante sociale. Si è così venuto costituendo come un soggetto politico-poliziesco che ha il compito di controllare e contenere il disagio e il dissenso sociale, con mano libera e senza che se ne possa mettere in discussione l’operato.
Questa attività governamentale si svolge su più piani e coinvolge plurime relazioni di poteri anche diversi: si pensi ad esempio al ruolo del sistema informazione che si trova su un piano servente agli apparati di polizia e di sicurezza e, che di quel dispositivo governamentale costituisce snodo essenziale, fungendo da megafono, da cassa di risonanza e infine da sigillo di veridicità sull’operato dei questi apparati.

Gli strumenti normativi
Lo scenario ci appare dunque come un double bind. Da un lato la politica si è svuotata di senso, riempendosi solo dell’universalismo repressivo della categoria di ordine pubblico, per cui la qualifica della condizione di cittadino non è più definita in virtù della provvigione di servizi come diritto universale, ma in funzione dell’ essere sottoposto a norme. Dall’altro lato, l’apparente neutralità della norma si riempie invece di politicità, poiché la norma (e i dispositivi che ne garantiscono il rispetto) diventa lo strumento principe per far fronte alle diverse emergenze sociali.
Una rapida verifica empirica: se si guarda indietro si può notare che la maggior parte dei provvedimenti in tema di sicurezza e ordine pubblico, almeno per gli ultimi 20 anni, poi approvati con decreto legge, provengono da proposte avanzate dal ministro dell’Interno. L’estate dello scorso anno è stata introdotta una norma (decreto-legge femminicidio) che prevede che i prefetti che lo richiedano possano avere a disposizione un contingente per fronteggiare esigenze di ordine pubblico: si è così predisposto un dispositivo che prefigura una guerra con un nemico interno. A questo scenario dobbiamo aggiungere la recente introduzione del Taser in dotazione alle forze dell’ordine.
Non si è ancora arrivati alle norme sul divieto di manifestare o sul daspo politico palese (quello occulto c’è già ed è costituito dai fogli di via), pure queste norme sono state più volte annunciate e, anzi, brandite a mo’ di minaccia; ci vuole poco a immaginare che si sta aspettando il casus belli che consenta di poterle finalmente approvare.
Infine, questo dispositivo non lavora solo sul piano della produzione delle norme penali, ma vi affianca anche la produzione di disposizioni amministrative, come appunto i fogli di via, oppure la norma che impedisce di ottenere una residenza a coloro che occupano beni immobili.

L’ideologia della legalità
Nel tempo, questo dispositivo politico-governamentale si è dotato anche di una sua strategia egemonica che è ben rappresentata da quello che si può definire un dogma politico: «il rispetto della legalità», che si è velocemente fatto senso comune.
L’ideologia della «legalità» costituisce il cardine discorsivo di quel dispositivo che legittima la trasformazione in soggetto politico degli apparati di polizia e sicurezza. Il suo meccanismo di fatto opera un rovesciamento tra causa ed effetto: i comportamenti istigati dalla necessità di attingere all’economia informale (sia essa strettamente criminale o no) diventano, nell’economia del discorso legalitario, la certificazione di una colpa, quella di essere, appunto, fuori dalla legalità, il che a sua volta diventa, nella percezione comune, il vero stigma della condizione di marginalità.

Un percorso di formazione
Le ipotesi e le suggestioni che abbiamo riportato finora promuovono la necessità di sviluppare una riflessione ampia e collettiva sulle trasformazioni dei dispositivi di penalità e controllo sociale avvenute negli ultimi decenni. La nostra proposta è farlo attraverso un percorso di formazione articolato in tre seminari (su «Criminalizzazione della marginalità», «Ordine pubblico e dispositivi repressivi», «Carcere e carcerazione sociale»).
La presentazione di questo percorso, e una prima discussione sulle ipotesi avanzate in questo testo, è prevista il 26 novembre prossimo, alle 16:30, alla Facoltà di Lettere dell’Università di Roma Tre (Aula Verra).

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