Fabio Raimondi, ricercatore e filosofo.

Concordo con l’analisi che DeriveApprodi fa, e quindi anche con l’esigenza di una politica editoriale capace di smarcarsi dai ricatti del mercato. Parlo di libri, di cui so qualcosa. Da un lato, mi pare che la situazione del movimento (o, meglio, dei movimenti) non sia troppo florida, in tutti i sensi; dall’altro, la cultura accademica, anche quella che molto faticosamente cerca di non farsi irreggimentare troppo, non sembra riscuotere molto successo, per lo meno non di largo pubblico, se non in casi eccezionali. Credo bisognerebbe trovare il modo di affrontare questi due aspetti, anche separatamente, per quanto sarebbe bene comunicassero tra loro. Questo significa, a mio modo di vedere, lavorare su almeno due binari paralleli (sperando che prima o poi smettano di esserlo): instant book di qualità (politica s’intende) e però anche testi più «teorici», in grado di costituire una sorta di catalogo di libri che non invecchiano in fretta: nuovi «classici» su cui scommettere. Penso che un progetto come quello proposto abbia bisogno di un certo settarismo verso l’esterno, ma di un po’ d’ecumenismo interno. Se la casa editrice diventa il luogo in cui minoranze si scontrano per sopravanzarsi l’una con l’altra o una di esse diventa un riferimento privilegiato, temo che la cosa finisca male. Penso bisognerebbe partire dal fatto che non c’è nessuna proposta politica, delle tante uscite dai movimenti degli ultimi cinquant’anni, capace di sintetizzare il quadro politico attuale e che, allora, se si vuole puntare sulle differenze, sulle sperimentazioni, sulla pluralità dei metodi, delle analisi ecc., bisogna anche prepararsi ad accettare un certo tasso di conflittualità interna da gestire però con un certo grado di tolleranza.

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